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È vero che faccio la traduttrice e non piazzo mine antiuomo, ma ho sempre paura che un mio errore possa uccidere qualcuno.

Quella volta che ho capito che avevo licenza di uccidere mediante errore di traduzione, ero davanti a un manuale. Era una traduzione tecnica, apparentemente poco impegnativa, ma voi non sapete in quanti modi può uccidervi un microonde. O una lavatrice.
Tantissimi.
Tradurre i manuali è un’arte spesso considerata minore, quando in realtà dietro ogni procedura tradotta come si deve c’è un operaio specializzato che può ancora veder crescere i suoi figli perché non ha perso un occhio in circostanze da chiarire. Un’arte minore perché non richiede fantasia, ma richiede dedizione, studio e comprensione.
Tradurre i manuali è invece una nobile arte che richiede concentrazione, esperienza e senso di responsabilità.
Dietro ogni manuale tradotto come si deve c’è un pollo che è riuscito finalmente a spiegare le ali e a volare direttamente nella sua confezione sigillata, c’è un mobile componibile che siete riusciti a montare senza dover rileggere il Necronomicon, c’è una famiglia felice che mangia il pollo al forno che era riuscito a volare nella sua confezione senza accecare l’operaio specializzato.
La traduzione di manuali riserva grandi sorprese, tra cui una casistica dettagliata dei modi fantasiosi in cui qualcuno è riuscito a farsi malissimo con l’oggetto di cui stai traducendo il manuale d’uso.
Inutile dire che la motosega non si accende tenendola stretta tra le ginocchia e che non si usa la sega circolare per affettare il pane, ma… no, ecco, a posteriori sarebbe stato utile specificarlo.
C’è da dire che i manuali non sono famosi per la scorrevolezza e la piacevolezza della lettura.

Una volta, stavo per saltare una riga. Che cosa sarà mai una riga, rispetto agli infiniti mondi teorizzati già da Giordano Bruno? Come si inserisce, questa riga, nella Teoria del tutto? Come si lega, questa riga, alle Guerre mondiali e alla tratta degli schiavi? Non morirà mica nessuno, se salto una riga.

Quella riga diceva: NON INSERIRE GATTI O ALTRI ANIMALI DOMESTICI ALL’INTERNO DELL’APPARECCHIO.

Ho salvato innumerevoli pucciosissime palle di pelo sporco dalla morte per eccesso di zelo del padrone e dal lavaggio a freddo. Finalmente la teoria della bellezza della brugola si inscrive in una parabola più ampia. “Mamma, ho salvato delle vite, oggi”.

Ma se non avessi messo quella riga? Avrei sicuramente dato inizio a una sequenza di eventi post apocalittici. Il solerte marito mette il gatto in lavatrice. Si sa che gli uomini non chiedono mai indicazioni e non leggono mai i manuali d’istruzioni.

Il gatto, al quarto minuto di lavaggio delicati provoca A, che in rari casi provoca B, ovviamente succede C, che in alcune, rarissime, occasioni causa D. E F G, poi a cascata fino a Z, che corrisponde all’ultimo grado della scala Mercalli applicato alla galassia. Tutta colpa della mia sciatteria, perché non avevo riletto quel segmento. E poi giudicata di fronte a un tribunale alieno per aver sterminato l’umanità. “Sterminio colposo”, ma comunque colpevole.

Quanti micetti, cricetini o cagnolini sarebbero finiti dietro a un oblò non tanto a guardare il mondo come Gianni Togni, ma a scontare la pena della mia traduzione fatta male? E, una volta che c’hai messo il gatto ed è venuto morbido, quanto tempo passa prima che tu ci metta tuo marito, che non ha capito che la cesta della roba da lavare non è popolata di magici gnomi ossessivo-compulsivi e che i suoi calzini sporchi non si muovono per telecinesi? Non sarebbe dunque più comodo, signora mia, metterlo a lavare ancora vestito? Così non schizza acqua da tutte le parti quando si fa la doccia? E invece no. Perché sul manuale c’è scritto a chiare le… ah, no, c’era scritto del gatto… Oddio, non è che ho saltato un’altra riga?

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